Judith - un distacco dal corpo

Judith
un distacco dal corpo

Lisistrata
24 Agosto 2019

di Howard Barker

J22

regia
Massimo Di Michele

con
Federica Rosellini, Giuseppe Sartori, Aurora Cimino

traduzione
Enrico Luttman

costumi
Alessandro Lai

coreografie
Francesca Zaccaria

musiche
Stefano Libertini Protopapa

Disegno Luci
Emanuele Lepore

Note di regia

Riassumere un progetto su una storia così piena di immagini e simboli non è semplice.

Sviluppo sempre i miei lavori su un lungo arco temporale: l’elaborazione del progetto è solo il punto di partenza del lavoro, di ciò che, inizialmente, mi piacerebbe esplorare. Il punto di arrivo è lontano e, durante gli studi preparatori, possono intervenire consistenti modifiche. L’atto creativo è in divenire: si parte con alcune idee ma sono solo piccoli semi che crescono e mutano. Sicura fonte di ispirazione per il mio lavoro è rappresentata dal mondo animale. La fisicità degli animali, intrisa di muta espressività materiale, istintiva, intensa e chiarificatrice, è una eccezionale sorgente di immagini e di idee: spesso, lavorando, mi accade di immaginare una trasformazione uomo/animale. L’agire e il silenzio obbligato dell’animale, il suo osservare, il suo stato “meditativo” e perfino l’azione pura del combattere, mi affascinano, mi seducono e mi regalano emozioni continue. Partire da questa fonte di ispirazione vuol dire mettere l'attore nella più totale libertà di improvvisazione, liberando il proprio istinto, la propria immaginazione e inducendolo alla sperimentazione dello Spazio interiore. Il momento dell'improvvisazione è quello in cui tutto è concesso: non esistono regole giuste o sbagliate, emozioni belle o brutte, decisioni positive o negative ma solo pura ricerca fisica e interiore, che si gioca sulle emozioni più ancestrali dell’uomo inteso come essere di carne, di amigdala e di endorfine. È fondamentale eviscerare in modo completo e quasi fisico, tutta l’interiorità di cui gli attori sono forniti come materia umana per poi usarla, quasi come fosse creta da plasmare, e trasformarla in una reale materia plastica per dare vita ai protagonisti della storia.

Questo è il mio punto di partenza. Al quale, chiaramente, deve seguire il lavoro sulla parola: gli attori, dopo aver esplorato completamente il loro spettro di potenzialità fisiche ed emotive, devono “cibarsi” letteralmente della Storia, della struttura dell’opera, di ogni risvolto in essa esaminato e contenuto per divenire, a loro volta, i Contenitori di queste emozioni, digerendole e, infine, restituendole al pubblico. È lì che la creazione ha inizio. In Giuditta, Barker trova il materiale umano ed emotivo che gli consente di sviluppare una “speculazione poetica” basata sulla guerra, il desiderio, la morte, la seduzione. Il tuono impetuoso dell’istinto e la metallica stretta della ragione di Stato. La notte di Oloferne, morsa da febbrili inquietudini, lame di acciaio nella tenebra dei pensieri, è l’ambientazione in cui si muovono Giuditta e il suo piano tragico. Tra le strade caotiche del labirinto delle parole del condottiero Assiro, Giuditta è iniziata ad un discorso sulla morte che tormenta Oloferne. Il tempo diventa rarefatto, si perde al cospetto del pensiero. Paralizza Giuditta e la missione che si è prefissata. È in questo tempo sospeso che Barker fa fluire il rivolo magmatico di desideri, verità, bugie, un turbinio vertiginoso che si avvinghia tra i corpi di Giuditta e Oloferne, li spinge nel caos irreversibile di sensi e ragione mescolati assieme che sembra annichilire ogni volontà ed ogni possibilità di azione. Fino all’intervento della serva, voce da un altro universo, che richiama Giuditta al suo dovere e che ristabilisce la realtà temporale e spaziale in cui i personaggi si muovono.

La storia biblica di Giuditta ha ispirato nel corso dei secoli numerosi artisti, tra cui Caravaggio, Michelangelo, Botticelli e Artemisia Gentileschi. La sua forza espressiva ha inevitabilmente affascinato pittori che hanno attinto copiosamente al suo potere plastico. Proprio per questo, la mia intenzione è quella di trasformare il testo di Barker in una pittura contemporanea, come fosse un dipinto espressionista, in cui il lato emotivo della realtà viene esaltato, quasi esasperato, a dispetto della materia percepibile oggettivamente. I personaggi a cui gli attori daranno vita si muoveranno sulla scena come segni. I loro connotati reali si sublimeranno in gesti, movimenti, tracce di pennello sullo sfondo di una tela astratta. La parola, musicale e potente, ha un ruolo centrale nel testo di Braker. Con mirabile efficacia, l’autore converte la lingua da brutale a poetica a tragica, in un gioco di agilità stilistica di grande virtuosismo. La lingua diventa specchio del turbinoso mulinello dei pensieri e delle emozioni e, come esso, cambia colore e suono, senza pause. Questa multiforme varietà rappresenta allo stesso tempo una sfida e un’incredibile fonte di materiale su cui sperimentare sulla parola, sul suo effetto, sul suo potere di trasferimento emotivo.